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Ricordo la mia prima riunione. Non ci andai per scelta (che sorpresa) e mi presentai un po’ brillo. Dico un po’, ma era ben più di un po’. Fu comunque un’esperienza che mi fece tornare sobrio: dovetti sedermi in fondo a trangugiare quel caffè di merda che ti lascia i fondi tra le gengive, sperando che nascondesse il fatto che avevo bevuto meno di un’ora prima. Penseresti che il caffè potesse coprire l’odore, o almeno la mia «consapevolezza» di puzzare, ma continuavo a ruttare e, a differenza di una scorreggia in un ascensore affollato, ogni testa che si voltava sapeva esattamente da dove provenisse quell’odore familiare. Ma sto divagando. Facciamo qualche passo indietro.
A quel punto della mia vita, amici e familiari sapevano che avevo un problema con l’alcol. Non mi facevo la doccia, non pulivo e bevevo, molto, tutto il giorno e tutta la notte. E, non sto scherzando, svenivo sul divano del soggiorno con in mano una lattina da 12 oz. Svenuto. Immobile. E la mano teneva la birra dritta. I miei coinquilini erano sempre in allerta e cercavano di scuotermi per svegliarmi, ma con loro grande sorpresa non rovesciavo mai nulla sul divano e nemmeno sul tappeto. In rare occasioni mi svegliavo e, rendendomi conto di dove fossi, muovevo inconsapevolmente la mano e rovesciavo tutto, ma era uno spettacolo. Mi ero facilmente guadagnato il diritto di essere, per il disturbo da uso di alcol , il caso da manifesto: riesco ancora a immaginare quali grandi lettere rosse avrebbero campeggiato sulla mia faccia, «segnali d’allarme di un alcolista»… invece di ciò per cui lo prendevamo noi: un aneddoto divertente la mattina dopo.
Comunque, la mia auto era rotta. A un certo punto, un sasso aveva perforato il serbatoio dell’olio, almeno credo sia quello che disse il meccanico. Disse che non era colpa mia, ma potevo spendere un paio di migliaia di dollari per ripararla, soldi che non avevo, oppure venderla per i pezzi di ricambio, e così feci. Curiosità: per la cifra a cui la vendetti, avrei potuto ripararla.
Così, senza auto, senza la possibilità immediata di comprarne un’altra e senza nessuno con cui condividere il tragitto perché vivevo nel bel mezzo del nulla, mi rimaneva un’unica opzione: i mezzi pubblici. Ora, i trasporti pubblici nella California meridionale non sono granché. Per arrivare puntuale al lavoro dovevo prendere 3 autobus diversi, con attese scomode, il che significava che dovevo svegliarmi e trovarmi alla fermata 3 ore prima dell’inizio del turno. All’epoca il mio tempo non valeva molto e pensavo che avrei speso meno se non avessi potuto fare acquisti online o andare al supermercato. Inoltre mi piacciono i libri: mi siederò a leggere, sarà fantastico.
Ma fu durante il terzo viaggio delle 6 del mattino che mi resi conto, all’improvviso e con forza, che non stavo guidando. Inoltre, sarei rimasto bloccato per 3 ore. Questo pensiero mi colpì mentre uscivo dall’appartamento. Andai al frigorifero e trovai due birre ancora chiuse. Presi un sacchetto di plastica, perché in fondo cosa poteva importare all’autista dell’autobus?, e uscii. Bevvi la prima alla fermata, aspettando un autobus in forte ritardo e con un po’ di paranoia all’idea che non sarei riuscito a farla franca. Ma quando l’autobus arrivò, ero incazzato nero e tutti sembravano accaldati e infelici; bevvi la seconda, senza neppure cercare di nascondermi, e all’improvviso la frustrazione e il dolore svanirono. Non avevo più paura di nulla.
Inutile dirlo: al quinto giorno avevo un thermos pieno di whisky. Naturalmente, lasciai pendere all’esterno l’etichetta di una bustina di tè per non destare sospetti. Iniziò così la mia discesa, sempre più evidente e irritante, verso il bere senza sosta. Non passò molto prima che perdessi il lavoro: saltai abbastanza turni perché perdevo l’autobus, a volte perché mi svegliavo tardi, ma il più delle volte perché correvo al negozio di liquori per fare scorta in anticipo. Entro il Giorno del Ringraziamento ci fu una sorta di intervento.
Avevo già bevuto qualche birra quando le persone iniziarono a ripetermi di chiedere aiuto. Non ero ancora ubriaco, quindi le liquidai. Ma uno dei miei amici, davvero un vero amico, praticamente mi mise al tappeto e mi buttò nella sua auto. Ero incazzatissimo, ma anche un po’ perplesso. Disse che mi stava portando a una riunione, ma non riuscivo a capacitarmi che lo stesse facendo davvero. Lo insultai. Presi a calci il parabrezza un paio di volte, ma non volevo romperlo: volevo soltanto infastidirlo abbastanza da farlo desistere. Non riuscivo a credere che gli importasse così tanto, e invece sì. I miei coinquilini non erano cattive persone, ma mi fotografavano svenuto con una birra in mano. Questo amico, invece, non ignorava il problema. Parlava con tanta calma e intenzione, nonostante le lacrime sulle guance. Mi disse che non riusciva a dormire sapendo che vivevo in un appartamento con un balcone da cui c’era un salto di ben quattro piani e che avevo detto più volte di essere disposto a buttarmi di sotto. Non poteva continuare ad avere incubi in cui mi sparavo alla testa, sapendo che avrebbe potuto fare qualcosa per aiutarmi.
Mi accompagnò fino alla porta d’ingresso e disse che sarebbe rimasto fuori fino alla fine. Quando entrai, il piano era vuoto e dal piano di sotto arrivavano delle chiacchiere. Pensai di restare al piano superiore e fingere di aver partecipato, ma aspettai lì per 10 minuti, poi mi annoiai e seguii al piano di sotto una coppia dall’aria amichevole. Quando trovai il caffè, sbuffai pensando: «Ecco di cosa si occupano davvero gli AA: vendere caffè di merda». Quando scoprii che era gratis, però, ne approfittai felice, convinto di stare fregando il sistema. A quanto pare, le chiacchiere che avevo sentito erano il brusio prima della riunione. Entrai con calma e mi sedetti in fondo. Nel giro di 5 minuti, la sala si riempì di persone. Ce n’erano almeno una quarantina, alcune in piedi lungo la parete di fondo.
Sei ospiti sedevano davanti alla sala. Erano senza dubbio il gruppo di persone più eterogeneo che avessi mai visto in fila, non soltanto per etnia e corporatura, ma anche per età e modo di vestire. Mi sembrava di guardare la versione del cast di una sitcom scelta dalla polizia del politicamente corretto. Scoprii presto che ognuna di queste persone avrebbe tenuto un discorso sul proprio anniversario di sobrietà. Tre avevano raggiunto il primo anno, una persona festeggiava per la seconda volta un anno, un’altra celebrava il secondo anno e l’ultima celebrava il suo 25º anno di sobrietà.
25 anni senza bere? Nemmeno un sorso? E partecipa ancora alle riunioni? A questo punto, perché non scrivere un libro?! Ma i miei pensieri si acquietarono quando iniziarono a raccontare le loro storie.
Non so quanto durò quella riunione. Non guardai l’ora in cui mi avevano lasciato lì, né quella in cui uscii, e non avevo neppure fretta, ma quelle storie erano lunghe e, in modo strano, tanto uniche quanto familiari. Sembrava che ogni persona parlasse per ore, senza prove e senza copione, eppure in modo chiaro e conciso. Il veterano dei 25 anni fu il quarto e aspettai con il fiato sospeso.
Con mia sorpresa, parlò per appena 3 minuti, forse anche meno. Sollevò la sua medaglia, disse di essere grato alla Community e felice di continuare ad aiutare gli altri. Sembrava avesse finito, ma dovette intuire l’atmosfera nella sala perché aggiunse con riluttanza: «Sai, molti amici mi hanno detto: “Wow, 25 anni, è un quarto di secolo, come ci si sente?”, ma non provo nulla per questi 25 anni.» Se fossi stato meno colpito da quanto tempo quell’uomo fosse rimasto sobrio, avrei sbuffato vedendolo trattare 25 anni come se non fossero niente di speciale, ma poi continuò: «Vedi, l’anno scorso era il mio 24º anno e quello significava qualcosa. Per me 24 è sempre stato il numero importante, perché è una lotta di 24 ore. Venticinque anni sembrano tanti, ma potrebbero svanire in un secondo. Quindi sono grato di essere sobrio per un altro anno, ma mi concentro sul rimanere sobrio oggi».
Rimasi a bocca aperta.
Quando la riunione finì, aiutai a riporre le sedie pieghevoli e volevo parlare di ciò che era appena successo, ma le persone formarono rapidamente i rispettivi gruppetti. Sentivo un legame, ma l’ansia mi diceva che non appartenevo a quel posto. Sentivo una distanza. Avevo paura. Volevo uscire e raccontare al mio amico gli aneddoti esilaranti, ma volevo anche abbracciarlo, piangere e chiedergli scusa… poi, però, volevo anche nascondermi tra i cespugli al freddo, come se potessero celare la mia vergogna. E non riuscivo a offrirgli un abbraccio sincero, perché che importanza avrebbe avuto se non mi avesse creduto? Non potevo nemmeno dichiararmi sobrio da un’ora: ero ancora brillo. Non riuscivo a credere di essere arrivato a quel punto, che si fosse arrivati a questo.
Quando infine uscii, lo abbracciai comunque. Dissi «grazie», anche se credo di aver avuto un tono un po’ troppo formale. Promisi che sarei tornato. Mantenni quella promessa. La mantenni cento volte e più.
A conti fatti, né io né, lo so, quel vecchio bastardo stiamo dicendo che 25 anni non siano un’impresa. Lo sono. Ma ciò che rende straordinari 25 anni sono i 9.125 giorni consecutivi che li compongono: 219.000 ore di fila. E, tanto per fare un confronto, io non riuscivo a superare un film di due ore senza bere.
Non vedo l’ora che arrivi il giorno in cui sarò sobrio da 25 anni e potrò ricordare a un pubblico in ascolto che non significherebbe nulla se bevessi oggi. Naturalmente, per arrivarci devo concentrarmi sul qui e ora.
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