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Una frase che si sente spesso da chi ha un problema con l’alcol è: «Una vita sobria è noiosa». Non è una regola assoluta, ma in genere chi pensa che la sobrietà sia noiosa non ha mai provato a vivere senza bere. Di solito, alla base c’è la paura. È come dire «il paracadutismo è stupido» senza averlo mai provato. È una reazione molto umana, anche se sbagliata. Critichiamo ciò che non comprendiamo o che ci spaventa. La paura è una risposta del tutto naturale, ma possiamo contrastarla con un’altra risposta altrettanto naturale: la nostra curiosità innata. Anziché criticare la vita sobria, dovremmo porci delle domande. Esistono molte idee sbagliate sulla sobrietà, in parte perché chi finisce per raggiungerla spesso non lo fa volontariamente. Nei film, e in una certa misura anche nella vita reale, chi raggiunge la sobrietà tende a toccare il fondo e viene portato controvoglia in riabilitazione, oppure in carcere e poi in riabilitazione. Date pure la colpa al mio cervello dipendente dall’alcol , ma credevo di non poter essere sobrio/a perché una vita senza alcol sarebbe stata terribilmente monotona. Dopo cinque anni di sobrietà, ecco quattro aspetti della mia vita sobria per cui continuo a provare gratitudine.
Ho ricordi vividi. Dubito che la mia memoria sia tecnicamente «fotografica», ma rispetto all’alternativa, una confusa e torbida nebbia temporale, sembra proprio così. L’aspetto interessante dell’essere in sobrietà è tutto ciò che non ricordo di quando bevevo. Ricordo a malapena eventi, feste o persino appartamenti in cui ho vissuto per anni. Era sempre una rincorsa.
Adesso posso trascorrere una piacevole cena in famiglia e ricordare le conversazioni parola per parola. Posso ricordare il sapore del cibo del Giorno del Ringraziamento e lasciarmi ispirare per ricreare il dolce. Posso rivedermi su una spiaggia sabbiosa alle Hawaii, durante una vacanza in famiglia, e sì, ricordo distintamente perfino la scottatura solare.
Ripenso ai giorni in cui bevevo come a una continua rincorsa dietro a una carota. Non mi soffermavo sul passato: pensavo al futuro, ma quel futuro si limitava a «quale bar» o «quale bevanda» avrei scelto quella sera. Nella mia vita sobria, i ricordi mi ispirano ad andare avanti e a crearne sempre di nuovi.
È strano parlarne, perché «devi viverlo per capirlo», ma sapevo di doverlo mettere per iscritto. Ricordo che ero sobrio/a da sette mesi quando partecipai con un’amica a una corsa dei colori. La maggior parte delle persone tende a percorrerla camminando, ma noi decidemmo di gareggiare: erano soltanto tre miglia circa, quanto poteva essere difficile? Ricordo che a metà del primo miglio mi sembrava di stare per morire. Sentivo il bisogno di stappare le orecchie, il respiro era rapido e superficiale, come se non riuscissi a ricevere abbastanza aria, come se stessi annegando. Avevo il viso bagnato di sudore, che faceva incrostare il colore sulla pelle rendendo tutto ancora più sgradevole, e vedevo già delle macchie davanti agli occhi.
Rallentammo, ma continuammo. Lei mi disse che la cosa peggiore che potessi fare era sedermi o fermarmi, così andai avanti. Quando mi avvicinai al traguardo, i piedi si erano gonfiati ed erano diventati letteralmente insensibili dentro le scarpe. Alla fine me le tolsi e camminai con i piedi completamente addormentati: sembrava di camminare sui trampoli.
Alla fine ebbi conati di vomito incontenibili senza riuscire a vomitare. Il mondo girava, le gambe sembravano sul punto di scoppiare. Avevo caldo, ero a disagio e raschiavo via dal viso una patina verde e gessosa, mentre la sabbia colorata mi bruciava negli occhi.
E mi piacque moltissimo.
Nel percorso di sobrietà capita raramente di riuscire a dare una forma fisica alla propria lotta interiore. Ogni giorno è una battaglia, ma quando ti spingi al limite fisicamente, e per me questo vale soprattutto nella corsa, riesci ad apprezzarlo. Ero bagnato/a, accaldato/a, a disagio e provavo un dolore autentico… Eppure, in quei sette mesi, fu la prima volta che mi sentii davvero libero/a dalle tossine, come se l’alcol stesse uscendo dal mio corpo. Per il resto della giornata ebbi dolori terribili, ma non pensai mai a bere. Rimasi sul divano a guardare film e parlare con gli amici, senza annoiarmi neppure una volta né sentire il desiderio di bere. Conclusi la giornata con un senso di appagamento.
Quando ero sotto l’effetto dell’alcol potevo procurarmi un taglio profondo alla mano, cercando di afferrare un treno in movimento come nei film, e sanguinare senza sentire nulla. Quella corsa, invece, la vissi in sobrietà: fu reale e il ricordo è ancora così vivido che, naturalmente, continuo a ripeterla ancora e ancora.
Adesso faccio davvero delle cose. Voglio dire che ricordo quanto il denaro mi opprimesse. La mia vita con l’alcol ruotava sempre intorno allo stipendio successivo. Dopo il lavoro non mi chiedevo mai «che cosa farò?»: lo spendevo bevendo. Senza alcol, invece, è sorprendente quanto rapidamente io riesca a informarmi e a passare all’azione.
Tutto iniziò con la cucina. Volevo una lasagna ricca di carne, ma desideravo quella particolare versione che preparava mia nonna, con i broccoli al centro, non giudicatemi. Le lasagne già pronte non facevano al caso mio. Poi, forse oggi sembrerà ovvio, cercai come prepararla e due ore dopo avevo davanti uno dei pasti migliori che avessi mai mangiato. Quando capii quanto fosse semplice, una cosa tirò l’altra.
Potevo essere impegnato/a in qualsiasi cosa e all’improvviso mi veniva un’idea. Anziché pensarci in modo vago, mi mettevo a realizzarla. Per esempio, un mio amico aveva una figlia che gli ringhiava sempre contro. Lui scherzava dicendo che gli ricordava un gremlin del film horror, e questo mi diede un’idea. Usai alcune app gratuite, raccolsi musica d’archivio e video della bambina e montai un finto trailer horror su di lei. Puoi scommetterci: lo mostreremo il giorno del suo matrimonio.
Un altro nostro amico ottenne i permessi per costruire una terrazza, ma il preventivo dell’impresa era carissimo… Così cercammo che cosa occorreva fare e costruimmo poco a poco una terrazza nel suo cortile. Il mio tempo libero è pieno di progetti e attività di ogni tipo. Provo di tutto e riesco a tenermi occupato/a anche se salta la corrente e i telefoni sono scarichi. È una vita nuova.
Durante la terapia, una delle cose che scoprimmo rapidamente fu quanto mi sentissi a disagio nella mia pelle. Ogni situazione sociale sembrava imbarazzante. Mi sentivo ossuto/a e non sapevo mai che cosa fare con le mani, a meno che non tenessi qualcosa. Bere mi intorpidiva il corpo: sembrava dissolvere la mia pelle e rendermi più sciolto/a. Ripensandoci, credo che quando bevevo mettessi probabilmente molto più a disagio le altre persone, ma questo è un altro discorso. Se provavo a ballare, mi sentivo sempre rigido/a, come un ombrello che si apre e si chiude. Se provavo a guardare un film senza bere, mi agitavo e mi vergognavo di ridere ad alta voce. Se una serie, o a essere del tutto sinceri persino una pubblicità, trasmetteva musica emozionante e cominciavo a commuovermi, reprimevo quella sensazione e la seppellivo.
Non mi sentivo mai a mio agio finché l’alcol non entrava nel mio organismo, e allora diventava sempre una giustificazione per il mio comportamento. Ricordo che piansi quando un mio amico stava per trasferirsi. Quando non mi contattò più e feci una sorta di bilancio mentale per capirne il motivo, mi resi conto che ogni volta che bevevo non sembravo mai sincero/a. Era l’alcol, non ero io. Non sapeva che tenevo a lui.
Oggi, nella mia vita sobria, le persone sanno che tengo a loro. Piango davanti alle pubblicità sdolcinate e rido dell’effetto che hanno su di me. Non per vergogna, ma pensando: «Il loro reparto marketing ha fatto centro». Ballo seguendo la musica e sento il mio ritmo in sintonia con la canzone. Non so che impressione dia agli altri; so soltanto come mi fa sentire. E quando guardo un film al cinema, scelgo una delle file più vicine allo schermo e adoro sentirmi minuscolo/a davanti a ciò che accade: sono completamente coinvolto/a.
Sto bene con me stesso/a e questo mi fa sentire a mio agio. Non provo imbarazzo quando sono accanto alle persone e non mi preoccupo di dove tenere le mani. Non parlo neppure senza sosta: ascolto. Faccio domande e le persone si aprono con me. Sto bene. Sento di avere un posto, ed è qualcosa che non avrei mai raggiunto quando bevevo, ma soltanto con la sobrietà. Amo vivere la mia vita sobria.
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